ArchiTravel – Gio Ponti a Milano (Parte 1)

ArchiTravel – Gio Ponti a Milano (Parte 1)

Quinto capitolo di una guida per architetti e designers che non vogliono perdere l’occasione di visitare le migliori architetture nel mondo.

Come già avevo spiegato nel capitolo milanese di ArchiTravel dedicato allo studio BBPR, Milano dispone di una così ampia offerta architettonica che è meglio suddividerla in base ai grandi nomi che qui vi hanno lavorato e costruito.

Oggi ci concentriamo sul famoso Gio Ponti, architetto fin dagli anni venti che ha disegnato e realizzato oggetti e interni nei più svariati campi, dalle scenografie teatrali alle lampade, dalle sedie alle pareti attrezzate, dalla comune oggettistica per cucina agli interni più prestigiosi. Con questo tour scopriremo le sue realizzazioni migliori a Milano, dividendo il tour in due parti poiché sono moltissimi i lavori dell’architetto in questa città. Instancabilmente, egli non ha però lavorato solo nel capoluogo lombardo, ma è stato chiamato anche in diverse parti del mondo, fino in Brasile. Cominciamo a concentrarci su Milano, per ora, va bene?

Partendo dal quartiere Harar, leggermente fuori dal centro, ma raggiungibile con la linea lilla della metro, andiamo a visitare la Chiesa di San Carlo Borromeo presso l’Ospedale (1964-1969). Questa è una chiesa accessibile sia dall’Ospedale San Carlo di Milano, sia dall’esterno attraverso due ingressi posti sui due lati lunghi a Nord e a Sud. Si sviluppa su una pianta a losanga e prende la figura del diamante sia nelle finestre che scandiscono le facciate, sia nel rivestimento in piastrelle. Il tetto a falde è interamente rivestito da grandi lastre di rame e viene retto da un sistema di capriate in cemento grezzo che poggia sui pilastri che contrastano cromaticamente con le pareti interne bianche.

Tornando alla fermata Stadio San Siro, prendiamo la metropolitana della linea lilla fino a Portello. Costeggiamo tutto il quartiere City Life e arriviamo in Via Benedetto Brin, 12. Qui ci troviamo di fronte a Casa Laporte (1935-1938), modello di abitazione esposto anche alla VI Triennale. La casa è suddivisa in tre diversi appartamenti, al piano seminterrato sono collocati spazi di servizio come garage e cantine e al piano terra si trova l’ingresso con la scala che porta a tutte le unità abitative. Ciascun piano ha il proprio sviluppo planimetrico, ma tutti gli alloggi sono articolati intorno a un atrio baricentrico che ben differenzia la zona notte dalla zona giorno. Nell’attico, dove l’architetto vi abitò per qualche anno, si trova una doppia altezza in comunicazione diretta con il giardino d’inverno e la terrazza esterna. La facciata esposta sul giardino interno, infatti, si arricchisce di una sequenza di aperture di vario taglio e di terrazze per goderne la vista, mentre la facciata esterna su strada rappresenta perfettamente i princìpi del razionalismo con un vasto taglio vetrato verticale che illumina le scale, tre finestre tonde e le pensiline in aggetto che coprono l’ingresso.

Spostandoci a piedi in Via Domenichino, all’angolo con Via Monte Rosa si trova un palazzo per abitazioni che Ponti ha progettato con Emilio Lancia nei suoi primi anni di attività, chiamato Casa in Via Domenichino (1928-1931). Si tratta di una ben studiata composizione volumetrica, dominata da una torre d’angolo che va a concludersi con un gazebo. Destinata ad un’utenza borghese, le facciate sono caratterizzate dall’uso di intonaco Terranova rosso scuro e da un basamento in travertino toscano che sale per i primi due piani del palazzo, oltre a scandire i piani con sottili fasce. La torre viene sottolineata visivamente grazie al ritmo imposto dalle aperture sull’angolo, sagomate da riquadri in cemento.

Proseguiamo alla tappa successiva, la Clinica Columbus (1940-1948) in Via Buonarroti 48, che è stata progettata prima della guerra, ma vede la sua fase di realizzazione solo anni dopo. Ponti ha sempre pensato che una clinica non deve avere l’aspetto di un ospedale, ma deve assomigliare ad una casa così da non far sentire il paziente un malato, ma un ospite. In questo progetto è ben visibile la volontà dell’architetto che ha, infatti, proposto camere colorate in modo differente e mobili in legno, non freddi come quelli metallici classici. Inoltre tutte le stanze della maternità sono dotate di un balconcino e una pergola esposti a sud; l’ala di medicina e chirurgia, invece, ha le terrazze che affacciano direttamente sul giardino, affinché i convalescenti godano di una visuale piacevole.

Spostandoci verso Corso Sempione, ci fermiamo alla Casa in via Randaccio (1924-1926), al civico numero 9. Si tratta del primo vero progetto di Ponti per la sua famiglia, in collaborazione con l’architetto Lancia. L’idea del giovane Ponti era di rinnovare l’architettura seguendo una matrice umanista, sono infatti visibili molti elementi neoclassici, stagliati in maniera quasi ironica sulle facciate, di cui poi l’architetto si auto-criticherà. La facciata di ingresso ha una forma concava che contribuisce ad ingannare l’occhio nella lettura delle reali dimensioni dell’edificio: è una costruzione trapezoidale, come il terreno a disposizione, sviluppata su quattro piani. All’interno, la planimetria è dominata da un’anticamera ovale su cui affaccia una scala volutamente esagerata nelle proporzioni che porta alle varie unità abitative.

Costeggiando Parco Sempione, nelle vicinanze della Triennale, appare immediatamente alla vista la Torre Branca (1933) con i suoi quasi 110 metri di altezza. Disegnata da Gio Ponti e calcolata dagli ingegneri Cesare Chiodi ed Ettore Ferrari, la torre è considerata una vera opera d’arte oltre che una sfida architettonica per il suo essere così esile. Viene eretta in soli due mesi e mezzo, in occasione della V mostra Triennale, rendendo Milano l’esclusiva europea con un’esposizione internazionale triennale delle arti decorative e industriali moderne e della architettura moderna. La torre è visitabile e si può salire sulla cima per una magnifica vista di Milano -specialmente del parco- dall’alto.

Per comodità, possiamo prendere la linea rossa della metro da Cadorna FN fino a Conciliazione per andare in Via San Vittore, 42 a scoprire Palazzo Borletti (1927). Destinato alle abitazioni dell’alta borghesia milanese, la facciata è austera e semplice grazie alle forme geometriche ripetute dei moduli, delle finestre e dei balconi. L’unico elemento decorativo è sicuramente sulla sommità dell’edificio dove si nota questa serie di obelischi dal gusto classico. A catturare subito l’attenzione, però, è il contrasto cromatico tra il giallo dell’intonaco e il bianco del travertino. Ponti e Lancia hanno rivoluzionato lo stile a cui era abituata la borghesia fino a quel momento, portandoli ad una nuova modernità architettonica. Il palazzo è per residenze private, ma se si è fortunati si può convincere il portiere a far visitare almeno i giardini: spazi studiati, angoli accoglienti e una fontana al centro. Entrando, inoltre, si potrà visitare l’androne delle scale dove lo sfarzo e la ricchezza si ritrovano ovunque, specialmente nel pavimento di mosaici di marmo e nei gradini in pietra del Carso.

In Via Paolo Giovio, 41, non lontano da Palazzo Borletti, troviamo la Chiesa di San Francesco d’Assisi al Fopponino (1958-1964), commissionata nell’ambito del programma di ventidue opere celebrative del Concilio Vaticano II. Essendo il tessuto urbano molto denso, Ponti isola e dona importanza alla chiesa anteponendovi una piccola piazza pubblica. Quest’ultima soluzione va a sottolineare ancor di più l’elemento caratterizzante dell’intero progetto, ovvero la facciata verso Via Giovio: allungandosi oltre i confini del corpo di fabbrica, va a saldare la chiesa vera e propria agli adiacenti edifici parrocchiali, consentendo a Ponti di creare una sorta di palcoscenico urbano per i rituali religiosi.

Vicino al Parco Don Luigi Giussani, all’angolo tra Via Giuseppe Dezza e Via Vincenzo Foppa, si trova Casa di Via Dezza (1956-1957) al cui ottavo piano abitò Ponti stesso per il resto della sua vita. L’edificio presenta un fronte strada sviluppato verticalmente con lunghe balconate che danno ritmo all’edificio e che vogliono dare un’immagine “spontanea” della casa grazie alla possibilità dell’abitante di decidere il colore e la trama delle finestre. Ogni alloggio è immaginato come un unico e vasto ambiente con i soli locali di servizi chiusi sul lato nord. Questo progetto contiene, infatti, tutte le invenzioni di Ponti nel tempo: dalla pianta libera divisa attraverso tendaggi, alle finestre attrezzate e arredate, dai mobili auto-illuminanti, al pavimento e al soffitto rigati in diagonale per rafforzare l’unicità dello spazio, dai colori tenui e ripetuti nell’intera abitazione, alle sedie e ai letti tutti uguali. È il riassunto di tutte le sue idee progettuali ed è di fondamentale importanza storica per l’architettura del periodo.

Prendendo la linea verde dalla stazione di Sant’Agostino, scendiamo a Famagosta, dove non molto lontano, in Via San Virgilio, si trova l’ultima tappa della prima parte del tour: Palazzo Savoia Assicurazioni (1971). Quest’ultimo mette in risalto lo studio di Ponti sulla verticalità intesa non solo come volumi in altezza, ma specialmente legata alle superfici ricoperte con materiali che vanno a creare effetti di luce e riflessi illusionistici. In questo progetto l’architetto ottiene l’effetto di una maggiore altezza grazie alla diversa angolazione attribuita alle facciate e alle sue superfici lucide.

Essendo in centro città ti basteranno un paio di biglietti giornalieri della metro e tanta voglia di camminare. Se vuoi, puoi anche unire il tour con quello di settimana prossima per avere l’intera panoramica di Gio Ponti a Milano. Salva l’articolo nei preferiti, ti servirà per quando finirà questo lockdown e potrai tornare a spostarti, a viaggiare, ad esplorare.

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