Il design ai tempi del COVID-19

Il design ai tempi del COVID-19

L’importanza di architetti, ingegneri e designer durante e dopo la crisi che stiamo vivendo.

Ne usciremo. Ora più che mai c’è bisogno di lanciare messaggi di speranza per il futuro. Ne usciremo e comincerà una “nuova normalità” fatta di mascherine, guanti e distanza tra le persone. Cambieranno le città e cambieranno gli stili di vita. I probabili interventi legislativi in materia igienico-sanitaria che verranno adottati, renderanno necessaria l’attuazione di modifiche alle strutture sanitarie e educative in primis, nonché, successivamente, agli altri luoghi pubblici.

Ne parlano i due architetti e professori Richard Florida della Rotman School of Management, School of Cities dell’Università di Toronto e Schack Institute of Real Estate dell’Università di New York e Steven Pedigo della Lyndon B. Johnson School of Public Affairs – Università del Texas ad Austin, nel loro articolo pubblicato su Brooking, indicando in dieci punti i provvedimenti funzionali ai bisogni dei cittadini e alla ripresa dell’economia durante la prossima fase della crisi del Coronavirus. Entrambi sostengono che per poter tornare alla frenetica vita d’ufficio, ai banchi di scuola e agli spensierati aperitivi con gli amici, andranno indubbiamente presi provvedimenti architettonici (si pensi alla capienza delle infrastrutture, alla distanza sociale, ad aeroporti che garantiscano la tutela della salute attraverso la distribuzione di mascherine e disinfettanti), oltre che politici (garantendo, per esempio, aiuti e sostegno alle imprese). Questo loro articolo attribuisce rilevanza fondamentale al lavoro di ingegneri, urbanisti, architetti e designer, chiamati ad immaginare una riprogettazione coscienziosa e consapevole degli spazi pubblici, essendo la minaccia di ulteriori ondate del virus un’ipotesi tutt’altro che remota.

Non sono certo gli unici a lanciare un messaggio di ricostruzione e speranza per il futuro: dal salotto della sua casa parigina dove sta passando la quarantena, l’architetto genovese Renzo Piano, senatore a vita e premio Pritzer 1998, manda un videomessaggio tramite i canali social del museo Maxxi di Roma. Le sue parole rimbombano nei cuori dei giovani architetti: «Fare architettura significa costruire edifici che respirano, che non consumano troppa energia, anzi, che vivono in simbiosi con l’ambiente. Siamo di fronte a una nuova frontiera espressiva del progetto. Fatta di leggerezza, trasparenza, sensibilità. La mia generazione non ci è riuscita, forse siete voi a dover salvare il mondo».

Come possiamo essere architetti migliori? Forse facendo leva sulla sensibilità di cui parla l’archistar? Quella sensibilità che ci consentirebbe di dare importanza anche al più semplice dei gesti, fino ad oggi dato per scontato, come la carezza di una nonna o l’abbraccio di un amico? Certamente sì. Tuttavia, anche in questo momento in cui il contatto fisico è diventato più che mai un desiderio negatoci, l’essere umano ha dimostrato di saper esprimere i suoi sentimenti e il suo spirito di appartenenza ad una comunità. Un esempio positivo è mostrato dagli inquilini di alcuni palazzi milanesi che sfruttando i cortili interni e i ballatoi, sono stati in grado di creare una vera e propria community nel rispetto delle distanze di sicurezza, riuscendo persino ad organizzare momenti di svago (come non pensare ai video online dei personal trainer pronti a far tonificare tutti i loro vicini?). Si tratta di un esempio che dimostra come l’architettura possa incidere sulle abitudini delle persone e sulle relazioni tra queste. L’esperienza che stiamo vivendo potrebbe stimolare un ritorno a questo genere di edifici storici, invertendo la tendenza a creare appartamenti sempre più isolati ed esclusivi? Nulla è certo, ma le giovani menti creative non si stanno fermando e cominciano già ad immaginare i possibili scenari sulle città del futuro.

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Serviranno nuovi layout per i locali pubblici, caratterizzati da maggiori distanze e, magari, da soluzioni ad hoc che consentano una disinfezione totale delle persone e dei loro indumenti già all’ingresso. In questa direzione, con una soluzione tanto semplice quanto efficace, arriva Skoon Smart Handle: una maniglia che si auto-disinfetta ogniqualvolta qualcuno la usi, in grado di garantire “al prossimo” un alto grado di igiene. Si tratta di una maniglia convenzionale, dotata di un anello a batteria che si muove sulla lunghezza dopo ogni utilizzo, rilasciando un disinfettante e uno sgrassatore, che neutralizzano germi e batteri.

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Un’altra soluzione interessante è stata ideata dalla compagnia belga Materialise, la quale, per evitare che gli utilizzatori tocchino le maniglie con le mani (principale veicolo di trasmissione dei virus), ha disegnato due elementi riproducibili mediante semplici stampanti 3D che si fissano con le viti sulla maniglia esistente e consentono l’apertura della porta usando soltanto l’avanbraccio.

Si tratta di due casi che dimostrano ancora una volta come il design sia sempre attento ad ascoltare la società e i suoi bisogni, sapendo cogliere i cambiamenti dell’epoca e trasformandoli in idee e oggetti.  Sono proprio le circostanze straordinarie, come quella che stiamo vivendo, a stimolare ancor più le menti dei creativi e a porre in rilievo l’importanza del design anche in ambito biomedico.

Ormai noto è il caso di Christian Fracassi, trentaseienne ingegnere fondatore e ceo di Isinnova che, insieme al suo team, è riuscito a decodificare una versione stampata in 3D del componente tradizionale dei respiratori, già in uso all’ospedale di Chiari, nel bresciano, con un successo così immediato che, su richiesta di Renato Favero, ex primario dell’ospedale di Gardone Valtrompia, l’ha portato a ideare anche la trasformazione dell’ormai famosa maschera da snorkeling di Decathlon Easybreath in un respiratore.

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Ulteriore esempio arriva dalla Cina, dove un team di ricercatori, ingegneri e designer, ha progettato una macchina su ruote caratterizzata da un braccio robotizzato in grado di prelevare tamponi orali e auscultare i pazienti, operazione eseguita solitamente con uno stetoscopio, evitando il contatto diretto tra i medici e questi ultimi.

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E ancora, nell’ambito del design del prodotto, interessante è stata la proposta del brand milanese PLH, famoso per la produzione di apparecchi di comando, che ha ideato una placca di comando elettrico con una nuova finitura Abaco®, un efficace e duraturo rivestimento antibatterico della superficie dei pulsanti e della cornice di supporto. Il trattamento Abaco® è uno speciale processo, ideato dalla società italiana Protim® nell’ambito dei trattamenti PVD-Physical Vapour Deposition, capace di inibire e addirittura di eliminare nel giro di poche ore la proliferazione di batteri.

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In Francia, invece, i designer italiani Manuela Simonelli e Andrea Quaglio, hanno progettato Oblio per l’azienda Lexon, un innovativo caricatore wireless del cellulare con sanificatore incorporato. Sembra un vaso in cui si va ad immergere il proprio smartphone che, in soli 20 minuti si ricarica e, grazie a una speciale lampada UV-C, ne fuoriesce totalmente sterilizzato.

Siamo ancora nel mezzo della tempesta, ma già si vede la pronta risposta di chi ha le competenze necessarie per risolvere problemi funzionali e, al tempo stesso, creare bellezza. Dobbiamo credere nella ripartenza, dobbiamo avere fede nel futuro.

#StayHome #StaySafe #Design

Laura Noè

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