Zaha Hadid

Zaha Hadid

Perseveranza e determinazione che l’hanno resa l’architetta più discussa e famosa al mondo.

Zaha Hadid nasce a Bagdad nel 1950 e si laurea in matematica a Beirut, si sposta quindi a Londra dove continua i suoi studi universitari prendendo la laurea in architettura nel 1977. Per alcuni anni lavora per uno dei suoi insegnanti, Rem Koolhaas, e nel 1980 apre il suo studio nella capitale britannica: Zaha Hadid Architects. Partecipa a diversi concorsi, ne vince anche molti, tra cui l’internazionale The Peak Leisure Club di Hong Kong del 1983 e le sue idee sono notate e apprezzate, ma nessuna delle sue architetture viene concretizzata poiché considerate quasi irrealizzabili. I suoi disegni mettono in luce una creatività non comune, fuori dagli schemi, per architetture che utilizzano alta tecnologia portandola ad essere una dei maggiori esponenti del moderno decostruttivismo in campo architettonico. Fondamentale è sicuramente l’incontro dell’architetta con l’ingegnere Peter Rice, il genio tecnico dietro a molti dei suoi progetti.

@Zaha Hadid Architects

Nel 1993 comincia a costruire i suoi primi edifici: la Stazione dei Pompieri al Vitra Campus di Weil am Rhein, chiamata così perchè vuole ospitare realmente un pronto intervento dopo l’incendio degli anni ’80, è uno di questi. L’edificio è composto da una serie di pareti e piani inclinati che vanno a creare delle zone interne ben definite e utili alla circolazione. La struttura non ha ornamenti, mantiene la sola e semplice purezza del cemento che sembra diventare un materiale leggero, in perfetta armonia col vetro senza infissi e gli elementi metallici interni ed esterni. Definito un progetto fallimentare per il suo alto livello estetico, ma inabitabile e scomodo, abbandonato dopo poco tempo dai pompieri che vi stanziavano.

Dal 2001 Hadid è impegnata nella costruzione del nuovo Edificio Centrale BMW a Lipsia, in Germania, che viene completato nel 2005. L’obiettivo del cliente è tradurre l’architettura industriale in un concetto estetico che va a soddisfare sia i requisiti rappresentativi e istituzionali dell’azienda, sia quelli funzionali. Il progetto ha quindi reinterpretato radicalmente l’ufficio tradizionale, trasformandolo in un centro nevralgico di comunicazioni trasparente che permette la visione di binari su cui si muovono le auto in lavorazione dalle altre unità produttive, ma è anche aperto sull’esterno, stimolando non solo la connessione tra i dipendenti, ma anche tra i vari edifici che formano l’intero complesso BMW. La pianificazione e la disposizione degli edifici di fabbricazione adiacenti sono, infatti, già state attuate, lasciando incompleto uno stretto tratto di terreno aperto che Hadid ha saputo valorizzare in modo dinamico, studiando le traiettorie di lavoratori e visitatori, incanalati obbligatoriamente in questo centro di connettività.

La svolta per l’architetta è sicuramente la vittoria del Pritzker Prize nel 2004, un prestigioso premio di architettura che, dopo 26 anni dalla sua istituzione, premia per la prima volta una donna. Ma non solo, sarà infatti anche la prima donna a costruire un museo negli Stati Uniti: il Lois & Richard Rosenthal Center for Contemporary Art, a Cincinnati, Ohio. Vincitrice di un concorso iniziato nel 1997, Hadid ha progettato un edificio indipendente che offre spazio per mostre temporanee, installazioni e performance che già dall’esterno rappresenta l’atteggiamento progressista del centro. L’idea di base è chiamata “urban carpet” ossia, seguendo l’ispirazione data dalla particolare posizione all’interno del contesto urbano, condurre i pedoni dentro il museo attraverso una leggera pendenza che si trasforma in una rampa per i piani superiori. L’atrio e il livello più basso sono concepiti come un libero spazio pubblico, permettendo che queste aree siano usate indipendentemente dal resto del Centro. Per esempio, mentre il resto dell’edificio è chiuso di sera, spettacoli o film possono essere rappresentati al livello più basso. Grazie ad una sorta di scultura in rilievo sul soffitto dell’atrio, si possono intravedere i visitatori che fluiscono su e giù per le rampe e le gallerie soprastanti. Queste sono studiate come tagli dinamici di calcestruzzo e sono connesse visivamente, ci sono varie intersezioni tra i volumi e i loro vuoti, che potrebbero essere viste come un puzzle tridimensionale. Hadid ha progettato i volumi della galleria in modo da variare considerevolmente in lunghezza, altezza e condizioni di illuminazione, permettendo un’ampia varietà di proposta artistica.

Dopo l’ambito riconoscimento le commissioni per il suo studio si sono moltiplicate sempre più nel tempo, portandola ad essere una degli architetti più richiesti sulla scena mondiale. Nonostante questo, aumentano anche le critiche che le vengono rivolte, viene infatti accusata di creare architetture più scenografiche che funzionali, ma che non la fermano nella sua missione di sfida verso l’architettura stessa. Ne è esempio lo Zaragoza Bridge Pavilion del 2008: uno spazio interattivo chiuso con sezione a diamante che attraversa il fiume Ebro, ingresso per l’Expo, ma anche spazio espositivo multi-piano. L’involucro esterno della struttura è in cemento armato con fibra di vetro in diverse tonalità di grigio che si armonizzano perfettamente col contesto.

@Zaha Hadid Architects

O anche l’estensione del Museo Ordrupgaard di Copenaghen con cui Hadid ha unito l’intero percorso espositivo (collezione interna e giardini) attraverso un nuovo blocco architettonico finestrato sull’esterno che garantisce un’esperienza di visita immersiva. Anche in questo caso l’architetta fa un lavoro eccellente sulla pelle esterna dell’edificio, questa volta usando un cemento addizionato con polveri vulcaniche scure, creando così una struttura il cui colore cambia dal grigio al nero a seconda delle condizioni di luce e dell’ora del giorno.

Nel 2010 ottiene un altro grande premio architettonico, lo Stirling Prize, grazie alla costruzione del museo MAXXI di Roma. Il concetto alla base del progetto di Zaha Hadid è stato quello di dare forma a uno spazio espositivo fluido, in opposizione alla tradizionale articolazione in sale separate tipica della gran parte dei musei, superando anche la rigida distinzione tra spazio esterno e spazio interno. Partendo da una struttura militare dismessa, l’ex Caserma Montello, nel quartiere Flaminio, Hadid ha progettato cinque corpi, ma di cui ne è stato realizzato solo il principale: un lotto a L in cui si inserisce questo insieme dinamico di linee fluide che si sviluppano per 27000 mq e su tre livelli. Gli interni sono tendenzialmente bianchi, su cui spiccano alcuni dettagli neri, come le scale metalliche autoportanti che connettono verticalmente le aree espositive.

Dopo un progetto così ampio e importante, l’archistar si concentra anche su realizzazioni più piccole e temporanee. Ne sono esempio lo Chanel Contemporary Art Container e l’Arum Shell durante la 13a Biennale di Venezia. Il primo è un padiglione scultoreo in acciaio dedicato agli eventi di Chanel in diverse città del mondo. Costruito attraverso una serie di segmenti incurvati ad arco, è facilmente smontabile e trasportabile. Al centro vi si trova una corte illuminata naturalmente e completamente dedicata ai visitatori, mentre ai suoi lati vi è l’esposizione. L’Arum Shell, invece, è un’installazione che va a rendere omaggio a Otto Frei, architetto tedesco che ha aperto la strada nell’esplorazione di nuove forme e strutture per l’acciaio. Si tratta di un guscio di metallo pieghettato autoportante che domina l’installazione, riflettendo e rifrangendo la luce attraverso la galleria, che contiene anche la documentazione della ricerca dell’azienda sul patrimonio architettonico storico.

Nel frattempo Zaha Hadid Architects non si ferma con i grandi progetti su scala mondiale e nel 2014 inaugura il complesso Wangjing Soho a Pechino. Costituito da tre alti torre affusolate, efficienti energeticamente e futuristiche, è un chiaro esempio delle potenzialità raggiunte dai software architettonici 3D BIM (Building Information Modeling). Wangjing Soho è circondato da un parco urbano, ben collegato dai trasporti con l’aeroporto e il centro città, quindi fulcro nevralgico per lavoratori e visitatori: il complesso offre infatti aree comuni con verde e giochi d’acqua, negozi e uffici. La sostenibilità è un tema chiave per tutto il progetto: parcheggi sotterranei che offrono ricarica per le auto elettriche, molte aree dedicate alle biciclette e docce per i ciclisti per incentivare l’uso di trasporti non inquinanti, oltre a sistemi di vetrate a bassa emissività uniti a lamelle orizzontali in alluminio bianco sugli edifici che forniscono sporgenze per l’ombreggiatura solare, nonché terrazze di manutenzione e raccolta dell’acqua piovana.

Zaha Hadid torna ancora in Italia, questa volta a Milano, con un lavoro che la terrà impegnata dal 2004 e di cui non vedrà, purtroppo, la fine. Dà infatti il suo contributo al complesso City Life, insieme ai famosissimi Daniel Libeskind e Arata Isozaki, trasformando il tessuto urbano meneghino. L’intero complesso a uso misto, compreso di zona residenziale e shopping mall, ha il suo culmine nelle tre torri per uffici posizionate nella omonima “Piazza delle tre torri”, tra le più alte mai realizzate in Italia. L’architetta mette la sua firma ben riconoscibile, con edifici curvi ed eleganti, su una serie di residenze private, di cui cura anche l’arredamento interno, sulla Torre Generali e sullo shopping mall direttamente connesso alla torre. La base di quest’ultima, animata dal movimento dei visitatori, emerge dal suolo lenta e sinuosa, accogliendo la galleria commerciale, l’accesso della metro, la piazza, ma anche i percorsi pedonali, proseguendo poi in altezza, torcendosi su sè stessa. La torre è quindi concepita come una sequenza di piani che ruotano attorno ad un asse verticale, con un sistema di 18 pilastri inclinati disposti sul perimetro di tutti i 44 piani. Un progetto che ha cambiato lo skyline milanese, diventando punto fondamentale della città.

Non sono certamente solo questi i progetti seguiti dallo studio dell’archistar, ce ne sono un’infinità e anche oggi, nonostante la triste scomparsa di Zaha Hadid nel 2016, lo studio porta avanti il lavoro seguendo la sua idea, il suo stile, il suo lascito così futuristico e mozzafiato che ritroviamo in ogni architettura da lei concepita.

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